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Di tanto in tanto si ha la
sensazione di essere attorniati da virus e malattie. Gli stessi computer
ogni tanto rischiano di ricevere virus, e allora cerchiamo di difenderli in
qualche modo. Un tempo si parlava di mucca pazza, adesso di influenza suina.
Guardi la vita reale e ti accorgi di molte persone ammalate.
Tra le tante malattie che
affliggono l’umanità ce n’è una di cui non si parla, ma che tutti in qualche
modo ci portiamo dentro, per eredità: è il sospetto. In termini difficili,
nella tradizione cristiana, si chiama “peccato orginale”.
E’ la terribile sensazione
di sospettare che “sotto sotto” nella vita non ci sia nulla che valga
davvero la pena di essere vissuto, nulla che meriti di prendersi totalmente
il nostro cuore. Tale tentazione ci porta sempre a dire: “temo non valga
granchè la pena”. Così guardiamo tutto con questo sospetto e, piano
piano, le persone e le vicende, i paesaggi e gli affetti, sbiadiscono al
nostro sguardo, perdono colore, perdono sostanza, perdono interesse.
Il segno forse più
concreto dell’umanità affetta dalla malattia del sospetto sono quelle
persone che, in un momento di grande difficoltà, confusione o debolezza,
gettano la spugna e smettendo di lottare pongono termine alla loro vita
terrena. Terribile !!! Sono arrivati al punto di tirare da soli le
conclusioni senza più credere a niente e a nessuno. Non hanno più creduto
nella vita, forse da tanto tempo avevano smesso di credere nella vita,
chissà se mai ci avevano creduto veramente.
E’ un po’ la storia di
Adamo ed Eva che credevano di essere in paradiso ed invece, ad un certo
punto, si ritrovano all’inferno. Come avviene quella trasformazione dal
paradiso all’inferno ? Causa l’inganno del serpente, causa l’atteggiamento
di superbia col quale vogliono occupare il posto di Dio, causa lo scaricare
ciascuno le responsabilità di qualcun altro senza assumersi minimamente le
proprie.
La stessa cosa spesso
succede a noi: guardiamo il mondo con sospetto, temendo che dietro si celi
una delusione. Sospettiamo fino al punto da non crederci più. Amicizie,
coppia, lavoro, studio, politica, fede … quante volte diciamo: “non ne
vale la pena”. Ma per vivere bisogna aggrapparsi a qualcosa,o a
qualcuno. A cosa ci aggrappiamo, noi così sospettosi ?
Ai numeri, per esempio. La
nostra società si aggrappa ai numeri: è tutto da sospettare, ma i numeri,
quelli sono ancora una faccenda sicura: calcoli, statistiche, percentuali.
Due più due fa sempre quattro; tre per due fa sempre sei. Abbiamo delle
certezze. Ma se poi guardiamo la vita ci accorgiamo che non funziona così;
nella vita le cose funzionano in modo diverso che nella matematica.
Purtroppo misuriamo le cose che facciamo con la pretesa che il risultato sia
sempre adeguato, ma la vita ha una logica diversa. Contiamo, facciamo il
calcolo, ed esigiamo rigorosamente il risultato.
Così facendo non c’è più
alcun regalo; per gente che sospetta che la vita non abbia senso, esistono
solo i calcoli, sono banditi i regali, viene eliminata la logica del dono.
Nel nostro mondo si fatica a regalare: soprattutto si fatica a regalare ciò
che non si vede. Un esempio ? La pazienza. Quanta pazienza regaliamo ?
Pazienza verso i genitori, pazienza verso i compagni di classe, pazienza per
i colleghi di lavoro, pazienza con gli amici del tempo libero. Quanto
abbiamo la forza di trangugiare bocconi un po’ amari ? Non c’è più nessuno
che vuole trangugiare: abbiamo i nostri diritti che gli altri devono
rispettare; chi ha il coraggio di portare i pesi degli altri ? Noi sappiamo
portare i pesi degli altri ? Come adulti sappiamo portare i pesi dei giovani
? Come amici giovani sappiamo sostenerci gli uni gli altri nel portare i
pesi oppure cerchiamo solo di riempirci la vita con le cose che si vedono,
si toccano, si misurano ? Pensiamo a riempirci la pancia, le orecchie, gli
occhi, il tatto … e il cuore ?
In questa situazione è
fondamentale trovare qualcosa che ci aiuti a vincere il sospetto. Occorre
trovare un senso a tutto ciò che viviamo: mangiare, amare, giocare,
lavorare, dormire, bere, soffrire, abbracciare, piangere, ridere, ecc. Solo
se troviamo un senso a tutto questo riusciremo a vincere il sospetto e
supereremo la tentazione di divorare ogni cosa, per paura di perderla.
L’inno alla gioia di
Beethoven si conclude con queste parole: “Questo bacio vada al mondo
intero: gioite, dietro questo cielo stellato deve abitare un padre
affettuoso”. Bellissimo !!!
Dietro questo cielo, anzi,
dentro questo mondo abita un Padre buono, un Padre che si cura di ogni cosa
e che ha mostrato il suo volto risuscitando Gesù da morte. Un Padre così è
davvero affidabile: di Lui, finalmente, non dobbiamo più sospettare. Ed in
Lui possiamo vincere il sospetto per ogni cosa. In Lui si può credere alla
vita !!!
Stiamo per cominciare
l’avvento, un tempo di attesa: attesa che la promessa si compia. Attesa che
quel Gesù, che è già venuto sulla terra, ritorni presente più che mai nella
nostra vita, e ritorni un giorno in modo definitivo per la salvezza di
tutti. Questo Lui ci ha promesso, questo noi vogliamo imparare ad attendere
con fiducia. Già, attendere, aspettare, non sono verbi che si possono
coniugare senza speranza, o in solitudine. Se attendo è perché spero con
tutto me stesso che arrivi qualcuno; se attendo è perché vivo e assaporo già
la bellezza della compagnia di qualcuno.
Ogni realtà, ogni
situazione della nostra esistenza terrena, anche la più triste e cupa, può
essere guardata da un punto di vista nuovo, diverso: quello della fede. Se
partiamo dalla fede la vita non cambia, non si trasforma in modo magico.
Restano le malattie, le crisi, le ingiustizie, le morti. Ma tutto cambia,
perché c’è una certezza: la via non è persa, non è mangiata dal nulla, non è
divorata dal male. La mia vita è in buone mani. Ho una strada su cui
camminare. E’ come se la fede ci aiutasse a dire: “Sì, Dio non smette di
essere un Padre buono”.
Ogni giorno continua ad
essere vero quanto vissero i pastori a Betlemme: “Il popolo che camminava
nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra
tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la
letizia” (profeta Isaia).
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